FAQ

Domande più frequenti rivolte dai lettori

D: Perché hai scelto il nome Hieronymus Bosch per il tuo personaggio?
R: La ragione fondamentale è che, quando ho cominciato a pensare al personaggio, volevo che non fosse lasciato al caso nulla. Tutto doveva avere un significato. Comè ovvio, questo riguardava anche la scelta del nome. Al college ho studiato l’opera del vero Hieronymus Bosch, un pittore vissuto nel 1400 che ha dipinto paesaggi e scene di violenza in cui l’umanità viene continuamente profanata e degradata. Il suo stile mi è sempre piaciuto molto, tanto che ho appeso sulla parete del mio studio la riproduzione di uno dei suoi quadri, L’inferno. Nei suoi dipinti, ricchissimi di particolari minuziosi, aleggia la sensazione di trovarsi in un mondo impazzito, così ho pensato che fosse il nome perfetto per il mio personaggio. Volevo sfruttare la carica allegorica di questo nome, mettendo in relazione la Los Angeles di oggi con alcuni dei dipinti di Bosch. In altre parole, volevo gettare il mio Bosch nell’inferno della Los Angeles contemporanea. Mi sento in dovere di specificare che si tratta di un pretesto letterario, poiché non considero Los Angeles una città infernale. Può esserlo, in certe zone e in determinate situazioni, ed è proprio lì che entra in scena il mio Harry Bosch. Personalmente, amo Los Angeles e amo scrivere di essa. Scegliere di chiamare un personaggio con il nome di una persona realmente esistita rientra in una tradizione letteraria consolidata, a cui ho dato anch’io il mio contributo. Molti scrittori, tra cui Raymond Chandler, hanno attinto dal bagaglio della letteratura o dell’arte per battezzare i loro personaggi.

D: Cè un poliziotto in particolare che ha ispirato il personaggio di Harry Bosch? Quanto riflette la tua personalità?
R: Harry non è basato su un poliziotto in particolare, è un collage di molti poliziotti che ho conosciuto quand’ero giornalista. A questo ho aggiunto qualche aspetto preso da detective della letteratura e del cinema, personaggi che ho amato. Credo, e spero, che in lui scorra il sangue di Philip Marlowe, Lew Archer, l’ispettore Callaghan, Frank Bullit e molti altri ancora. Per quanta riguarda me, all’inizio Harry e io avevamo poco in comune. Ma libro dopo libro, credo che la nostra visione del mondo sia diventata sempre più simile. Temo si tratti di un’evoluzione inevitabile. Più scrivi di un personaggio, più cerchi in te stesso nuove connotazioni e gesti da poter trasferire su di lui.

D: Qual è il libro che preferisci, tra quelli che hai scritto?
R: Non credo di avere una preferenza assoluta, mi piacciono tutti per motivi diversi. Mi piace la risonanza empatica che sono riuscito a stabilire con il protagonista in L’ombra del coyote e Il ragno, così come mi piacciono la struttura e la tensione di La bionda di cemento. Ho un debole per Il poeta, per il modo in cui sovverte i parametri standard del thriller. Mi piace anche Debito di sangue, perché in esso non ho utilizzato nessun cliché letterario, ma al tempo stesso sono riuscito a ricreare tutte le caratteristiche essenziali del genere. Un posto speciale spetta a Lame di luce, il primo romanzo con Harry Bosch che narra i fatti in prima persona. In ultima analisi, credo di non avere un favorito perché riesco a trovare in ognuno dei miei libri una caratteristica che lo pone al di sopra degli altri.

D: Come programmi la tua giornata di lavoro?
R: Scrivo di mattina, nel pomeriggio mi occupo di altri aspetti del mio lavoro, poi mi piace riprendere la scrittura di notte. Nei fine settimana cerco di lavorare un po’ di mattina, e mi prendo il resto della giornata libera.

D: A cosa stai lavorando ora?
R: Ho appena terminato il mio ultimo libro, un legal thriller chiamato The Lincoln Lawyer, su cui avrete maggiori informazioni a breve.

D: Che libri leggi?
R: Leggo meno di un tempo. Quando si scrivono romanzi di questo genere, passa la voglia di leggerne di simili. Così adesso leggo soprattutto testi di saggistica. Per quanto riguarda i thriller, ogni volta che elenco alcuni degli autori contemporanei che prediligo, rischio di offenderne altri che ho dimenticato. Mi è sufficiente dire che condivido con i miei lettori alcuni dei loro scrittori preferiti. Sono diventato una specie di collezionista, cerco di procurarmi tutte le prime edizioni dei thriller ambientati a Los Angeles. M piace anche leggere autobiografie.

D: Sei influenzato da eventi reali mentre progetti una trama?
R: Sì, sempre. Posso affermare che tutti i miei romanzi nascono da un granello di verità. Mi lascio ispirare da delitti o crimini reali di cui ho sentito parlare, o che ho seguito quando facevo il giornalista. Nel caso di Debito di sangue, per esempio, la storia prende spunto dal trapianto di cuore a cui si è sottoposto un mio amico. In pratica, ho seguito il suo calvario medico e umano e l’ho inserito in un contesto thriller – con il suo permesso, ovviamente.

D: Pianifichi molto la vita di Harry Bosch? Come fai a decidere cosa farà nel prossimo libro?
R: Non progetto molto della sua vita, a dire la verità. In genere, riprendo qualche traccia da un libro precedente, per fare dei collegamenti con i successivi. Non pianifico molto, no davvero. Sono convinto che non fare progetti sul futuro di Bosch mi aiuti a mantenerlo vivo, moderno e sempre al passo con i tempi.

D: Vedremo mai Harry Bosch al cinema? Chi pensi possa interpretarlo al meglio?
R: Chi lo sa. La serie di romanzi di Harry Bosch è stata presa in considerazione a Hollywood, ma per il momento le cineprese sono ancora spente. Penso che la parte più difficile sia la trasposizione da libro a sceneggiatura, e io ne sono in parte responsabile. Ho scritto due soggetti tratti dai miei romanzi, e non hanno riscosso un grande successo. Attualmente ci sono diverse case di produzione, a Hollywood, che stanno lavorando alla conversione dei miei libri in film. Per quanto riguarda chi mi piacerebbe vedere nei panni di Harry… la risposta è nessuno. I miei personaggi hanno dei lineamenti e dei tratti che vengono dalla mia immaginazione, quando li descrivo non ho in mente nessun attore. Uno dei miei libri, Debito di sangue, è diventato un film diretto e interpretato da Clint Eastwood, in cui l’attore recitava la parte di Terry McCaleb.

D: Quali sono i pro e i contro di essere uno scrittore?
R: L’aspetto che preferisco è la libertà di fare quello che si ha voglia – basta attraversare il corridoio e accendere il computer. Quello che mi piace meno è il senso di colpa quando le cose non funzionano, perché la responsabilità è totalmente tua. Qualcuno ha scritto: “Scrivere significa combattere”, e sottoscrivo pienamente questa affermazione. Non è facile. Riuscire a spiegare quello che hai in testa è una lotta. Quando ci riesci, ti pervade una sensazione di euforia, ma quando le cose non vanno, precipiti in un baratro. Ci sono molti alti e bassi.

D: Leggi le recensioni dei tuoi libri? Quanto peso dai ai giudizi, buoni e cattivi?
R: Sì, leggo le recensioni – sia quelle buone che quelle cattive. I giudizi non influenzano il mio modo di scrivere, perché credo che non ci sia nessuno oltre a me in grado di comprendere pienamente quello che voglio dire. Buone o cattive che siano, le recensioni non mi influenzano, a meno che non riconosca nel giornalista un acume particolare, o non lo conosca di persona. Mi spiego, non sono capace di sentire il peso di un giudizio favorevole o di una stroncatura se non ho idea di che tipo di persona sia il recensore. Esattamente come per gli scrittori, esistono recensori che sono molto bravi e altri che lo sono meno. E’ pieno di recensori dilettanti che usano la critica come strumento per portare avanti crociate personali, così come ce ne sono molti altri che invece mostrano obiettività e profondità di giudizio. I miei libri sono stati osannati o massacrati, e sulla lunga distanza devo ammettere che sono sempre curioso di leggere le recensioni, ma non mi lascio impressionare dai giudizi – siano essi buoni o cattivi.

D: Quali sono i tuoi obiettivi, come scrittore?
R: Voglio migliorare, costantemente, e crescere ancora come scrittore. Voglio tenere viva la serie di Harry Bosch, riempire il suo ritratto fino a renderlo un essere umano a tutto tondo, una persona che i lettori arrivano a conoscere come un fratello.

D: Posso spedirti i miei libri per farli autografare?
R: No, mi dispiace. Non avrei il tempo per scrivere, se lo facessi. Ho troppe richieste, ma ogni anno viaggio in tutto il mondo e partecipo a conferenze e incontri con il pubblico. In tutte queste occasioni, sono felice di trovare il tempo per firmare le copie dei miei romanzi.

D: Ho una buona storia da proporti, come faccio a mandartela?
R: Mi dispiace, ma per motivi legali non posso leggere o accettare storie e soggetti.

D: Ho scritto un libro, lo leggerai per darmi la tua opinione?
R: La risposta è la stessa: non posso. Ricevo molte richieste del genere, non riuscirei a stare dietro al mio lavoro.

D: Qual è il modo migliore per trovare un agente o un editore? Come faccio a essere pubblicato?
R: Non esiste un modo migliore degli altri, e non cè una parola magica che risponda a queste domande. Potete iscrivervi a un’associazione di scrittori. Si tratta di organizzazioni nate per aiutare gli scrittori, che offrono consigli via email su come farsi pubblicare o trovare un agente. Queste associazioni rappresentano una grande risorsa. Ci sono anche numerosi siti web dedicati agli aspiranti scrittori.

D: Che consiglio daresti a un altro scrittore?
R: Scrivi tutti i giorni, anche se si tratta di un solo paragrafo.

© 1998-2005 by Michael Connelly