Michael Connelly "intervista" Harry Bosch (2002)

Frontal Lobe, Hollywood Boulevard, L.A., 1 aprile 2002
di Michael Connelly

La seguente intervista fra Harry Bosch e Michael Connelly è stata registrata a Los Angeles, in un internet café chiamato Frontal Lobe, il primo di aprile del 2002. Bosch ha acconsentito alla registrazione a patto che il pezzo fosse pubblicato senza tagli, in versione integrale. Per questo motivo, si consiglia vivamente di leggere l’intervista DOPO aver terminato la lettura di La città delle ossa, in cui si parla dell’ultimo caso di Bosch. I commenti qui presenti contengono numerose rivelazioni che rischiano di rovinare la lettura del libro. NON ROVINATEVI LA SORPRESA!

1 aprile, 2002.

Harry Bosch: Ok, cosa vuoi sapere?

Michael Connelly: Prima di tutto, puoi dirmi che disco stiamo ascoltando?

HB: Cosè, una specie di test? Credevo volessi fare conversazione.

MC: No, non è un test. Assomiglia alla musica che piace a te…

HB: E’ Frank Morgan. Il disco è Moon Indigo e questa canzone si chiama “Lullaby”. Ho superato la prova?

MC: Sì, grazie. Ora possiamo iniziare. Parliamo del tuo caso più recente: le ossa di quel ragazzino trovate sulla collina, a Laurel Canyon.

HB: Cosa ti interessa?

MC: Beh, ho avuto l’impressione che, mentre ci lavoravi, provassi una specie di senso di inutilità. Immagino che i poliziotti, dato che devono continuamente avere a che fare con il lato oscuro di una città e i suoi abitanti – chiamalo abisso, se preferisci – corrano il rischio di lasciarsi in qualche modo infettare da tutto quell’orrore. Mi piacerebbe sapere come ti relazioni con la consapevolezza che, per ogni omicidio risolto, ce ne sono altri che lo seguono, in un ciclo infinito. Cosa impedisce di rassegnarsi e di mollare tutto?

HB: Per prima cosa, non credo di aver avuto la tentazione di mollare tutto durante quel caso.

MC: Ho detto solo che mi è sembrato che ti sentissi un po’ inutile e frustrato, tutto qui.

HB: D’accordo, è una tua opinione. Forse tu eri frustrato e hai riversato su di me quelle sensazioni.

MC: Probabilmente è stato a causa dell’11 settembre. Uno degli effetti di una simile catastrofe è che, al confronto, tutto il resto sembra meno importante. Anche risolvere l’omicidio di un ragazzino, ormai dimenticato da tutti.

HB: Oppure scrivere un thriller.

MC: Stiamo parlando di te.

HB: Ascolta, ho sempre sostenuto che tutti siamo importanti, altrimenti non lo è nessuno. E questo vale sia per il ragazzino a Laurel Canyon che per ognuno di quelli che si trovavano al World Trade Center o al Pentagono o su quegli aerei. Non ho mai avuto nessun problema di frustrazione, né durante questo caso né durante tutti quelli che l’hanno preceduto.

MC: Cerco di spiegarmi meglio. Cè una differenza tra il modo in cui un poliziotto influisce su un caso e il modo in cui un caso può influenzare il poliziotto che se ne occupa. Mi è sembrato che quel caso ti abbia coinvolto più di quanto tu potessi immaginare, forse per la natura stessa dell’omicidio. Magari è anche una questione di tempistica, del momento particolare della tua vita in cui ti è capitato, con tutto quello che hai visto. Quando hai concluso l’indagine, ho avuto la netta impressione che ti avesse prosciugato.

HB: Non è come arrendersi e mollare, però.

MC: Vero, hai chiuso il caso, ma sembrava quasi che volessi farlo per chiudere la tua carriera. Suona meglio?

HB: Se intendi dire che ha concluso la mia carriera nella polizia di Los Angeles, la risposta è sì. Ma non sono finito, non mi sono arreso. Forse questo caso mi ha esaurito più degli altri, ma mi ha aiutato ad aprire gli occhi. Ho capito che non avevo più bisogno di tutto questo. Voglio dire, pensavo di aver bisogno del dipartimento e della vita da poliziotto, ma sono state proprio queste cose quelle che alla fine mi hanno fatto allontanare.

MC: Quindi lasci la polizia, ma non dimentichi lo scopo della tua vita.

HB: Proprio così. Pensavo di non poter avere l’uno senza l’altra, ma ora le cose sono cambiate.

MC: Cosa pensi di fare adesso, metterti mantello e cappuccio e appollaiarti sui tetti di notte, come un vendicatore mascherato?

HB: Molto spiritoso, credevo che fosse una conversazione seria. Se hai voglia di divertirti, perché non vai al cabaret?

MC: Scusa, non volevo fare una battuta. Cerco solo di immaginare i tuoi progetti futuri.

HB: Non ho progetti, sono piuttosto fatalista. Se deve accadere qualcosa, accadrà. Quando ho lasciato il dipartimento, mi sono portato a casa abbastanza materiale da tenermi occupato per tutta la vita, in caso ne abbia voglia.

MC: Materiale sui casi che ti ossessionano?

HB: Puoi dirlo forte. Mi ossessiona sapere che, là fuori, un criminale va in giro a piede libero perché non siamo riusciti a catturarlo. Fa parte della mia missione, mi sento in dovere di ascoltare i morti perché nessuno lo fa. Se non li ascolti, i loro fantasmi ti tormentano.

MC: Ho capito, quindi Harry Bosch non sparirà.

HB: Spero di no.

MC: Senti, è vero che hai fatto richiesta per ottenere una licenza da investigatore privato qui in California?

HB: Sì, è routine. Ogni poliziotto che conosco ne ha richiesta una, dopo un certo numero di anni di servizio. Non significa che poi cambi qualcosa, aiuta soltanto ad abituarsi alla separazione dei ruoli – prima dentro, poi fuori dall’ingranaggio.

MC: Ho sempre l’impressione che tu sia un outsider, anche se sei un veterano della polizia.

HB: Probabilmente lo ero. Il dipartimento, per me, era un mezzo per arrivare allo scopo. Ho sempre avuto la sensazione di partecipare, ma di non farne pienamente parte. Per molti anni sono stato convinto che lavorare al dipartimento mi avrebbe permesso di raggiungere lo scopo, che fosse l’unico modo. Adesso cerco altri modi per arrivare allo stesso risultato.

MC: Oltre alla licenza da investigatore privato?

HB: Ce ne sono pochi, a dire la verità. L’ufficio del Procuratore Distrettuale sta assemblando una squadra specializzata in casi irrisolti. Cercano gente con esperienza, gente che sappia come chiudere un caso. Potrei mandare il mio stato di servizio e vedere cosa succede. Ho alcuni amici là, che apprezzano le mie qualità.

MC: Anche il tuo carattere?

HB: Te l’ho detto, mi conoscono. L’unica domanda che devono farsi è: questo tizio può aiutarci a concludere un caso? Non credo che siano interessati a sapere se sono bravo a fare quattro chiacchiere in ufficio davanti alla macchinetta del caffè.

MC: Potrebbero badare ai metodi poco ortodossi, alla violazione di alcune regole.

HB: Vogliono risultati, ecco cosa importa. E’ l’unica cosa che conta, in questo mondo.

MC: Hai mai pensato di lasciare Los Angeles, per una donna o per qualsiasi altra ragione?

HB: No, è la mia città. Non la lascerei mai, da un’altra parte non saprei cosa fare.

MC: Riesci a esprimere a parole i tuoi sentimenti per Los Angeles? Cosa ti tiene qui, qual è la sua essenza per te?

HB: Penso che sia un discorso valido per tutti: è casa mia. Sai, ho visto tutto di questa città, alcune cose belle e altre – la maggior parte – brutte. E’ naturale, considerato il mio lavoro. Ma ho sempre la sensazione che in fondo il bene possa avere la meglio. Quindi credo che l’essenza sia la speranza. Io – come chiunque – spero che arrivi il giorno in cui le cose andranno davvero meglio, perché è possibile. La realtà, ovviamente, insegna che cè sempre qualcosa che va male. La sconfitta viene strappata dalle mani della vittoria, così dice il proverbio.

MC: Ironico, non credi?

HB: Ricordati che sono un poliziotto.

MC: Eri.

HB: Già, ero.

MC: Julia Brasher. Cosa mi dici di lei?

HB: Perché?

MC: Mi ha sempre affascinato. Cos’hai imparato da quell’esperienza?

HB: Probabilmente qualcosa che già sapevo, ma che era chiusa in fondo a un cassetto. La lezione è che non si conosce mai nessuno fino in fondo. Tutti abbiamo una stanza segreta in cui rifugiarci, dove non può entrare nessun altro. Ci sono dipinti appesi alle pareti, ma chi rimane fuori non li vedrà mai, sono del proprietario della stanza.

MC: Ma conoscevi Julia Brasher solo da un paio di settimane, in fondo. Cosa pensi delle coppie che stanno insieme da molto tempo? Credi che alla fine non arrivino a conoscersi perfettamente? Non hanno accesso alla stanza segreta del compagno?

HB: Stai scherzando? Sono proprio quelli che hanno più segreti.

MC: Sei un gran cinico.

HB: E’ vero, mi fa sentire vivo. Ho notato che porti la fede, sei sposato. Scommetto che hai anche dei figli.

MC: E allora?

HB: Anche tu hai dei segreti. Un mucchio di segreti. Neppure tua moglie e i tuoi figli li conoscono.

MC: Può darsi, ma siamo qui per parlare di te.

HB: La differenza è la stessa.

MC: D’accordo, parliamo di mogli allora. Dovè ora Eleanor Wish?

HB: In questo momento non saprei dirtelo. Semplicemente, non cè.

MC: La rivedrai?

HB: Credo di sì, almeno spero.

MC: Perché? E’ finita male tra voi due.

HB: Perché lei è LEI. Non importa cosa sia successo alla fine o durante il nostro rapporto. Mi rendo conto che è stata la sola relazione importante della mia vita. Eleanor è stata l’unica ad avvicinarsi alla soglia della mia stanza segreta, a vedere i dipinti sulle pareti. Non credo che capiterà con qualcun altro. Sono un convinto sostenitore del fatto che nella vita abbiamo un’unica occasione per fare centro. Sono certo che avrò altre donne – Julia – ma nessuna oltrepasserà la linea come ha fatto Eleanor.

MC: Oltrepassare la linea. E’ un termine militare, vero? Riferito al perimetro difensivo che circonda un campo. Quando un nemico lo supera, si dice che ha oltrepassato la linea, o mi sbaglio?

HB: Più o meno, perché?

MC: Niente, solo che mi sembrava uno sfortunato gioco di parole per descrivere una relazione d’amore. Sembra quasi che per te si tratti di andare in guerra, e che tu ti senta come il campo protetto dal perimetro.

HB: Sono solo parole, leggi troppo nel loro significato.

MC: Mi guadagno da vivere con le parole. Sono convinto che il loro significato vada oltre ciò che si dice. Pensi che non sarai mai felice con una donna?

HB: Non sarò mai il marito premuroso che torna a casa ogni sera alle sette, se è quello che intendi.

MC: Perché no?

HB: Non è nella mia natura. Non sarò mai un tipo del genere. All’inizio non me ne rendevo conto, poi sul lavoro ho aperto gli occhi. Non sono uno strizzacervelli, quindi tutto quello che posso dirti è che non potrei mai essere un tipo così. E le donne che frequento lo capiscono alla svelta. Anche Julia Brasher l’avrebbe scoperto, prima o poi.

MC: L’unica eccezione è stata Eleanor Wish.

HB: Esatto, e sai perché? Perché non ha mai cercato in me quell’aspetto. Mi voleva per come sono fatto. E’ così che ha oltrepassato la linea.

MC: E allora perché è finita male?

HB: Ascolta, non mi va di parlarne. L’intervista doveva essere sul mio lavoro, non sul mio matrimonio finito in pezzi.

MC: Ok, allora torniamo al tuo lavoro. Su quanti casi di omicidio hai indagato a Los Angeles?

HB: Non ne ho idea, centinaia.

MC: Credi che sia un posto migliore grazie al tuo impegno?

HB: Lo spero, penso di sì. Sai, è un’equazione matematica: il Male entra, il Male esce. Il mio mestiere riguardava la seconda metà, portare fuori il Male, sbarazzarsene. Se la si guarda in questi termini, allora sento di aver fatto molto per Los Angeles. Cè meno Male là fuori. A fine giornata, questo  è l'unico pensiero che ti aiuta ad andare avanti quando fai un lavoro come il mio.

MC: Ora che sei fuori dal dipartimento a cosa aspiri?

HB: A vedere quel giorno migliore di cui parlavamo prima.

MC: Il paragone con l’equazione matematica è interessante. Che idea ti sei fatto del Male? Come ti inserisci nell’eterno dibattito in base al quale per alcuni il Male è una forza che semplicemente esiste e per altri invece è qualcosa che aumenta perché costantemente alimentato? Un sentimento che cresce nell’individuo, tanto quanto l’amore o la gioia.

HB: Il dibattito è eterno perché non esiste una risposta certa. Per quanto mi riguarda, credo di averla alternativamente pensata in tutti e due i modi. Certo, ho avuto a che fare con individui malvagi. In alcuni casi li ho conosciuti abbastanza per capire in quale punto della loro vita fosse entrato il Male, quale scelta li aveva condizionati e quali percorsi avevano intrapreso. Ma per ognuna di quelle persone ce ne sono anche altre che hanno il Male nello sguardo, lo vedi negli occhi, fa parte di loro e non cè nessun modo di spiegare da dove sia arrivato. Non esiste un perché, è un mistero senza soluzione. Essere malvagi fa parte della loro natura. Ma devo confessarti che non rifletto molto su questo concetto. Per quanto mi riguarda, so che il Male esiste, la sua origine non m’interessa. Pensarci troppo può diventare un gioco pericoloso. La mia personale opinione dell’esistenza è che tutti noi veniamo al mondo con un’infinita capacità di amare e di odiare, di essere spaventati, soli e via dicendo. In genere, tutti questi ingredienti sono miscelati in modo equilibrato, come in un frullato. Non esiste un motivo che spieghi perché a volte il frullato riesce male. E’ una disputa accademica, sono discorsi da intellettuali. A me non interessano, mi accontento di ripulire il mondo da un po’ di quella malvagità.

MC: Quindi in un certo senso sei una specie di accalappiacani? Se nel quartiere gira un cane sciolto, non è importante sapere perché è sciolto, bisogna riportarlo al canile prima che morda qualcuno.

HB: Soprattutto i ragazzini. Nessuno vuole che i ragazzini vengano aggrediti da un cane feroce.

MC: Giusto, un cane feroce.

HB: Esatto. Mi piace come definizione, puoi considerarmi un accalappiacani. Non te lo rinfaccerò.

MC: Va bene.

HB: Altre domande?

MC: No, penso che possa bastare.

HB: Ok, allora. Ci si vede in giro.

Bosch si è alzato e si è incamminato verso l’uscita del Frontal Lobe.

© 1998-2005 by Michael Connelly