La prima bozza del noir
Articolo apparso su www.poynter.org, 13 ottobre 2003di
Le redazioni di tutta America pullulano di aspiranti scrittori.
Se per caso siete uno di loro, oggi è il vostro giorno fortunato, perché voglio esporvi un piano a prova di bomba per passare dalla cronaca nera alla pubblicazione di romanzi bestseller.
Ecco cosa dovete fare:
Per prima cosa, frequentate la University of Florida. Poi leggete l’opera omnia di Raymond Chandler, quindi specializzatevi in giornalismo e scrittura creativa.
Fatevi le ossa scrivendo per il quotidiano Fort Lauderdale News/Sun-Sentinel durante l’apice dell’ondata di crimini che ha sconvolto la Florida negli anni ’80, in quel periodo magico e morboso in cui Fort Lauderdale si guadagnò il titolo di capitale mondiale della malavita. Scrivete storie incredibili e cercate di arrivare tra i finalisti del Pulitzer.
Inoltre, mentre state facendo tutto questo, scrivete un paio di romanzi durante il poco tempo libero a disposizione – ma lasciateli nel cassetto della scrivania, in fondo si tratta di tentativi.
Barattate il vostro posto in redazione con un incarico presso il Los Angeles Times. Ora siete nel territorio di Chandler.
Aspettate con pazienza tre anni, poi pubblicate il vostro primo thriller. Vincete un premio letterario, quindi abbandonate la carriera giornalistica.
Dopo dodici anni – e altrettanti libri – vi ritroverete al Don CeSar, un enorme hotel rosa a St. Pete’s Beach, in Florida. Avrete di fronte una stanza affollata di redattori provenienti da tutto il paese, a cui direte: “Non sarei qui a parlarvi dei miei romanzi, se non avessi fatto il giornalista.”
D’accordo, forse non andrà esattamente così, ma è quello che è capitato a Michael Connelly, passato dalla cronaca nera di Daytona Beach al successo planetario grazie alla vendita di milioni di copie dei suoi libri. Anche se il vostro percorso non seguirà esattamente quello di Connelly, la sua esperienza può insegnare molto.
Il dettaglio rivelatore:
Michael Connelly lavorava al Sun-Sentinel quando Fort Lauderdale era la città più pericolosa d’America. “Cerchiamo di capire come lavora la polizia” si è chiesto Connelly. Così ha passato una settimana in pattuglia, seguendo i poliziotti ovunque andassero sia di giorno che di notte. Il protagonista del suo articolo era il sergente della squadra. Ogni volta che arrivavano sul luogo del delitto, si chinava di fianco al cadavere e si sfilava gli occhiali. Connelly ha annotato questo solenne rituale.
Alla fine della settimana, Connelly e il sergente stavano parlando per l’ultima volta. L’uomo era sfinito e si tolse gli occhiali. Fu allora che Michael notò il solco. Ogni volta che il sergente si accucciava di fianco a un corpo, si sfilava gli occhiali e li metteva in bocca. Per la tensione, li stringeva tra i denti così forte che a poco a poco aveva lasciato un’incisione nella plastica. Per Connelly, era uno squarcio sulla personalità del sergente – il dettaglio rivelatore.
Da allora, ha sempre fatto molta attenzione a questo tipo di dettaglio.
Dal mondo del giornalismo, Connelly ha mutuato l’arte di scrivere velocemente e con efficacia, senza un giorno di tregua, e l’attenzione al dettaglio. Inoltre ha scoperto la missione sociale del giornalismo.
Connelly definisce il suo genere “noir con un messaggio”. In questo tipo di letteratura, spiega l’autore, ci sono scrittori che cercano di analizzare l’epoca in cui viviamo – razzismo, terrorismo, l’avidità delle multinazionali. E poiché questi scrittori, come i giornalisti, sono abituati a scrivere di getto, la loro opera ha un’immediatezza particolare.
Sei mesi dopo l’11 settembre 2001, Connelly ha pubblicato La città delle ossa, in cui raccontava le ripercussioni degli attacchi terroristici sulle nostre vite e quanto tutto il resto sembrasse insignificante di fronte a una catastrofe di tali proporzioni.
L’anno scorso è uscito in libreria Lame di luce. Secondo le recensioni di Publishers Weekly, il romanzo – nuovo capitolo della serie di Harry Bosch – porta il detective in diretto contatto con le nuove squadre anti-terrorismo del Dipartimento per la Sicurezza Nazionale. “Aiuta a riflettere” sostiene Connelly. Noir con un messaggio, appunto.
Connelly usa ancora gli strumenti appresi da giornalista e si confronta con le stesse tematiche. Ma ci sono delle differenze: ora il suo credo è quello di non lasciare mai che i fatti ostacolino lo sviluppo di una buona storia.
“Non permetto che la precisione e l’accuratezza diminuiscano la velocità e la drammaticità di una storia. In un certo senso, sono orgoglioso di definirmi un manipolatore della realtà.”
Nel 1996, Connelly ha scritto Il poeta, il cui personaggio principale è un giornalista.
“Non avevo mai trovato un romanzo che avesse come protagonista un giornalista ritratto in modo realistico, che riflettesse la mia esperienza in quel campo” ha spiegato Connelly. “Così ho deciso di scriverne uno io… e sono riuscito nel mio intento almeno per le prime cinquanta pagine.”
Riportiamo un estratto de Il poeta:
Glenn era un bravo redattore, un professionista che più di ogni altra cosa amava la scorrevolezza del testo. Ecco cosa mi piaceva di lui. In questo lavoro, i redattori si dividono in due scuole di pensiero: alcuni vogliono solo riportare i fatti, stiparli in una storia che diventa così pesante che non si riesce ad arrivare alla fine. Altri si concentrano sulla forza della parola, tralasciando la descrizione precisa della vicenda. A Glenn piacevo perché ero capace di scrivere, e mi lasciava abbastanza spazio per decidere l’argomento. Al suo posto, un altro capo mi avrebbe rispedito a seguire la cronaca minore, riassumendo i verbali della polizia su omicidi di secondaria importanza."In seguito, però, il personaggio si trasforma nella proiezione fantastica di un giornalista, continua Connelly". Ad esempio:
La finestra esplose in un tripudio di schegge e frammenti. Dopo essermi messo al riparo, aprii gli occhi giusto in tempo per scorgere Gladden che si contorceva sul pavimento. Aveva gli occhi spalancati, ma lo sguardo vuoto e le mani premute sulle orecchie. Aveva capito troppo tardi quello che stava succedendo. Ero riuscito a limitare l’impatto della granata, ma lui doveva essere stato colpito in pieno dall’onda d’urto. Mi accorsi della pistola, in terra vicino ai suoi piedi. Senza pensarci un secondo, avanzai accucciato verso l’arma.
“Oh bè, in questo genere di romanzi, troppa adesione al realismo rende la lettura mortalmente noiosa”, conclude l'autore.
Un cronista diventato scrittore, quindi, che ha sfruttato al massimo le conoscenze giornalistiche per arricchire i suoi intrecci con preoccupazioni e angosce della realtà quotidiana. E’ possibile che gli manchi qualcosa?
Purtroppo sì. Ha lasciato la carriera giornalistica una decina di anni fa e adesso lavora a casa, da solo, elaborando trame, complotti e intrighi. E nonostante questo, Michael Connelly ha nostalgia dell’atmosfera del giornale.
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